1. Sei passato dall’Optimist al 29er: è stato un cambiamento grande. Ti senti cambiato anche tu? In cosa, soprattutto?
Sì, è stato un salto generazionale enorme. Sull’Optimist ero solo e ogni decisione dipendeva esclusivamente da me. Sul 29er tutto diventa estremamente più veloce, fisico e imprevedibile – e si naviga in coppia. Ho dovuto imparare a non pensare più individualmente, ma a ragionare in sinergia anche sotto pressione. Credo di essere cresciuto soprattutto in questo: nella capacità di fidarmi dell’altro. Inoltre, la preparazione fisica adesso richiede molto più allenamento. Non è semplicemente uno sport diverso, è proprio un altro stile di vita.
2. Andare più veloce e usare una barca più tecnica ti ha fatto vedere il mare in modo diverso?
Decisamente. Sul 29er il mare non è un semplice sfondo, ma un elemento vivo con cui ti confronti ogni secondo. Devi saper leggere l’onda, sentire il vento cambiare sotto i piedi e anticipare le raffiche. Quando la barca va in planata e vola sull’acqua, provi un’adrenalina che prima non conoscevo. Il mare mi ha sempre affascinato, ma adesso lo rispetto ancora di più, perché ne avverto tutta l’imprevedibilità.
3. Sul 29er non sei più da solo: c’è il prodiere. Come vi siete conosciuti e come avete imparato a fidarvi l’uno dell’altro?
Con Jacopo ci conosciamo da anni, fin dai tempi dell’Optimist. Pur appartenendo a club diversi, le regate ci hanno unito sin da piccoli attraverso trasferte condivise, viaggi e lunghe giornate passate in acqua. Quando abbiamo deciso di fare coppia sul 29er partivamo già da una base solida, senza il bisogno di scoprirci da zero. L’intesa in barca è venuta quasi naturale, e non è solo una questione tecnica: ci troviamo benissimo anche a terra, scherziamo molto e ci stimiamo reciprocamente. Questa complicità si riflette poi in regata, soprattutto nei momenti in cui bisogna decidere in una frazione di secondo e non c’è tempo per parlare.
4. In regata dovete decidere tutto insieme: è difficile mettersi d’accordo nei momenti importanti?
I momenti di divergenza ci sono stati, ed è normale che sia così. Abbiamo però imparato a comunicare in modo diretto, senza dispersioni di tempo. In regata non puoi permetterti lunghe discussioni: serve un linguaggio comune, quasi un codice d’intesa immediato. Con Jacopo lo abbiamo costruito collaudandolo prova dopo prova. Quando i meccanismi funzionano è una sensazione bellissima, sembra quasi di pensare con una testa sola.
5. Sei entrato da poco in Nazionale: che effetto ti ha fatto all’inizio? Ti sei emozionato?
Sapevo di aver ottenuto buoni risultati nelle prime regate stagionali, ma essere convocato dalla Federazione al primo anno in una classe preolimpica come il 29er è stata una vera sorpresa. La prima volta al raduno federale di Riva del Garda ho guardato gli altri equipaggi e mi sono detto: “Ecco, questo è il livello a cui voglio stare”. L’emozione è stata forte, ma subito dopo ho capito che questo deve essere un punto di partenza, non un traguardo. Sento il peso di questa responsabilità, ma lo vivo come uno stimolo positivo che mi dà grande carica.
6. Il livello è più alto: cosa ti ha sorpreso di più rispetto a prima?
La costanza dei migliori. In Nazionale non trovi chi azzecca la singola regata, ma atleti che sono forti sempre, in qualsiasi condizione di vento e in ogni singola prova. Ho avuto modo di misurarmi con loro anche al raduno pre-mondiale di Arco, e lì ho capito concretamente cosa significhi competere ad alto livello. Non bastano il talento o le giornate fortunate: serve un impegno quotidiano, sia mentale sia fisico. È stata una grande lezione di umiltà che mi ha trasmesso una forte motivazione.
7. Ora hai più allenamenti e trasferte: come fai a conciliare tutto con la scuola e con gli amici?
Non è sempre semplice, ma la scuola mi supporta molto grazie al progetto ministeriale studente-atleta. I professori mostrano grande comprensione per le mie assenze legate alle trasferte e mi aiutano nei recuperi. Richiede molta organizzazione. In questo sono fortunato: la mia famiglia mi sostiene in tutto e senza il loro aiuto non potrei gestire questi ritmi. Con gli amici a volte perdo qualche momento di svago, ma conoscono la mia passione per la vela e mi supportano.
8. Qual è il tuo sogno nella vela? Dove ti piacerebbe arrivare?
Il mio sogno assoluto è partecipare alle Olimpiadi; ce l’ho in testa da quando ho iniziato a fare sul serio. Nell’immediato, però, ho un obiettivo più vicino che mi entusiasma molto: fare bene al mio primo Mondiale 29er a Kiel, in Germania. Sarà un banco di prova importante e voglio arrivarci con la giusta concentrazione per giocarmela al meglio. In futuro, mi piacerebbe entrare in un circuito professionistico come il Sail GP: vedere quelle barche volare sull’acqua mi fa scattare qualcosa dentro. So che la strada è lunga e difficile, ma voglio percorrerla un passo alla volta, mantenendo i piedi per terra.
9. Pensi che chi fa vela abbia anche il compito di proteggere il mare? Tu cosa fai, nel tuo piccolo?
Assolutamente sì. Il mare è la nostra casa; noi velisti lo viviamo più di chiunque altro e abbiamo una responsabilità etica maggiore. Io mi impegno a non lasciare mai rifiuti in acqua e a prestare massima attenzione ai miei comportamenti anche a terra. Non ho ancora compiuto grandi imprese ecologiche, ma credo che la consapevolezza individuale conti molto, e parlarne apertamente, come in questa intervista, sia già un modo per diffonderla.
10. Che consiglio daresti a un ragazzo della tua età che vuole iniziare questo sport?
Di buttarsi, senza aspettare il momento perfetto. La vela restituisce molto più di quanto ti aspetti: ti insegna a gestire la pressione, a lavorare in squadra e a rispettare la natura. All’inizio può sembrare complessa, ma ogni piccolo progresso regala una soddisfazione enorme. I risultati sono alla portata di chi si impegna: quest’anno con Jacopo abbiamo conquistato diversi podi nelle regate nazionali, e l’argento vinto in casa a Carrara, davanti al nostro pubblico, è stata un’emozione indimenticabile. Trovate un buon allenatore, ascoltatelo e, soprattutto, godetevi ogni singola uscita in acqua, perché è da lì che comincia tutto.
